L’ingiustificabile superficialità dell’emendamento Pillon

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«Come risultato di una tradizione costituzionale, ed in assenza di prova contraria, presumiamo che la regolamentazione governativa del contenuto della parola sembri più interferire che incoraggiare il libero scambio delle idee. L’interesse nell’incoraggiare la libertà di espressione in una società democratica supera di gran lunga ogni beneficio teorico ma non provato della censura».

Con queste dichiarazioni è per molti giuristi milanesi iniziato il percorso di avvicinamento all’Informatica Giuridica.
Grazie a persone come il prof. Giovanni Ziccardi o il prof. Pierluigi Perri i quali hanno insegnato l’importanza di ribaltare il paradigma.

In questo modo abbiamo appreso come, in alcuni casi, fosse diritto di tutti noi scaricare musica gratis da Internet (all’epoca ITunes non esisteva); abbiamo appreso l’importanza di considerare la privacy come un diritto fondamentale; abbiamo appreso l’importanza di considerare la rete come un qualcosa di libero e neutrale.

La libertà della rete e delle espressioni di pensiero che essa rappresenta, non deve essere confusa con l’idea di un dominio del caos. La rete è un luogo a sé, ma un luogo in cui i diritti di liberà devono essere necessariamente tutelati.

Ed è così che con queste considerazioni, volte a consacrare la libertà di espressione come uno dei diritti fondamentali, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha dichiarato il 26 giugno 1997 l’incostituzionalità delle previsioni censorie del Communication Decency Amendment, inserite nel Telecommunication Reform Act del 1996 e volte a regolamentare i contenuti indecenti su Internet.

Ora, a distanza di quasi 25 anni da quegli accadimenti, vediamo l’affacciarsi di un simile rischio anche in Italia dove un certo “Pillon” ha proposto l’introduzione obbligatoria su tutti i device di un filtro di default per evitare che minori e non possano incappare in materiale indecente (leggi pornografico).

Ora, nel rinviare ad un interessante scritto, proprio del prof. Ziccardi, su questo argomento, vogliamo qui evidenziare velocemente, in 3 punti, la pericolosità e l’inconsistenza di un simile provvedimento.

  • In primo luogo, come già 23 anni fa comprese la Corte Suprema americana, difficilmente l’utente di Internet accede a contenuti pornografici senza aver in qualche modo l’intenzione di farlo. Le persone navigano tutto il giorno per lavoro e difficilmente, salvo rarissime eccezioni, finiscono su Porn Hub. Sarebbe quindi interessante capire quale condotta dovrebbe tutelare questa norma Pillon.
  • Il concetto di indecenza è ben diverso da quello di oscenità. Nell’indecenza rientra ad esempio, la pornografia. Nell’oscenità invece la pedo-pornografia e, peggio, la violenza. Anche in questo caso la Corte Suprema americana, 23 anni fa comprese bene la differenza e dichiarò che solo le oscenità non sono protette dalla libertà di espressione. L’indecenza, invece, se relegata alle mura domestiche, non è un problema per la collettività.

Posta questa grande distinzione, obbligare tutto un paese a subire un filtro per i contenuti “inadatti”, senza definirne i confini, rischia di sfociare in un tentativo pericoloso di censura. Non può essere inteso differentemente.

Chi decide cosa è adatto e cosa non lo è? Il porno è inadatto? La morte di George Floyd è inadatta? Cosa sarebbe successo se nessuno avesse visto quel filmato? Gli insulti dei manifestanti ad un determinato politico sono inadatti?

Potremmo andare avanti all’infinito.

La verità è che un simile provvedimento risulta evidentemente più penalizzante che tutelante per la collettività. Lo aveva capito la Corte Suprema 23 anni fa.

L’ho ripetuto più volte, per evidenziare che se ci sono arrivati loro, prima dello scoppio di Internet, prima degli iPhone, prima dell’Intelligenza Artificiale.

È poco giustificabile la mancata conoscenza della materia da parte di chi dovrebbe guidare questa nazione verso il futuro.

Autore: Avv. Diego Dimalta, co-founder Privacy Network