Censura e piattaforme: necessario difendere lo spazio pubblico

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Autrice: Luna Bianchi

Le piattaforme digitali continuano a censurare i progetti di ricerca esterni relativi ai loro algoritmi. Privacy Network firma la lettera di AlgorithmWatch per una regolamentazione europea a difesa dello spazio pubblico.


Anche Privacy Network è tra i firmatari della lettera di AlgorithmWatch che invita i membri del Parlamento
Europeo a rivedere alcuni aspetti del DSA (Digital Services Act) per trasformarlo in uno strumento efficace
nella valutazione dell’impatto delle piattaforme digitali sulla sfera pubblica.


A seguito di alcune prese di posizione allarmanti da parte di Facebook ci sentiamo infatti di condividere
l’invito di AlgorithmWatch affinché le piattaforme digitali (i) siano:

  • scrutinabili da ricercatori accademici e di ricercatori della società civile e giornalisti
  • non possano utilizzare i propri arbitrari Terms of Service come arma per silenziare le rilevazioni sui propri algoritmi di moderazione dei contenuti.

AlgorithmWatch ha infatti dovuto chiudere il proprio progetto di ricerca che indagava i pattern di moderazione automatizzata dei feed di Instagram proprio a seguito della minaccia di Facebook di intraprendere contromisure più serie per “violazione” dei propri Terms of Service.

Questa violazione era già utilizzata in passato da Facebook per contestare proprio analisi simili ma la cui opponibilità è stata negata, tra gli altri, anche dalla Federal Trade Commission.

Proprio la capacità e tendenza delle grandi piattaforme ad influenzare il dibattito pubblico e, conseguentemente, la vita sociale dei cittadini è al centro della Proposta per il Digital Services Act.

Il rischio che vediamo, in linea con AlgorithmWatch, è che la proposta attuale non sembra trasmettere una visione di come l’Europa intende disegnare il proprio futuro digitale, ma assomiglia di più ad una sequenza di check-list da smarcare per assicurare una maggiore trasparenza ed accountability delle piattaforme.

Il filosofo Byung – Chul Han scrive “al posto dell’istanza morale caduta in disgrazia (nella società odierna), compare la trasparenza come nuovo imperativo sociale”.

Vale la pena a questo punto insistere perché gli strumenti di policy, soprattutto quando devono regolare ambienti incerti e ad alto impatto sul processo democratico e i diritti fondamentali, non si limitino a proceduralizzare i meccanismi di controllo, ma abbiano l’obiettivo di costruire una cultura di rispetto, non discriminazione e libertà.